lunedì 19 settembre 2011

La conversione di San Paolo

Ieri sera sono accadute alcune cose memorabili. Una di queste è ancora negli occhi di tutti i tifosi del Napoli, ed è addirittura superfluo aggiungere qualche parola ai tre gioielli del Matador, che brillano di luce propria. Un amico del blog, Yoghe, ci racconta invece di un altro evento straordinario che si è consumato ieri sera: mentre gli undici del San Paolo banchettavano coi rossoneri del Milan, qualcuno, in fondo al tunnel, vedeva la luce...


Caro dottore, mi sdraio e possiamo cominciare.

"Prego, si accomodi", dovreste rispondere.

Cari dottori, allora comincio.

"Cominci pure", voi mi invitate.

Questa sera ho commesso un piccolo delitto di proporzioni gravi e oltretutto, non posso negare, è stato anche premeditato.

Ne parlo qui perché troverò accoglienza e riprovazione, giudizio e perdono e comunque mi sentirò compreso fra gli Uomini: questa sera, dopo ventitré anni, dieci mesi e ventinove giorni, ho ripudiato la mia squadra di calcio. Nella Bibbia si potevano ripudiare le mogli, ma non altrettanta considerazione per chi aveva rinnegato la sua fede sportiva. Pietro di Betsaida aveva rinnegato Gesù prima del triplice canto del gallo, ma mai voltato le spalle alla sua Roma: fece carriera e tutti hanno considerato il suo diniego un piccolo vizio di gioventù, quindi trascurandolo.
Inutile dire che Dio, mentre il figlio urlava la pietà, era distratto dagli anticipi della serie B.

Ma non voglio divagare o distrarre la vostra attenzione dalla mia pena: ho tifato Milan per tutta la mia vita, fino ad oggi, e questa sera ho cambiato colori alla mia idea e ho scelto il Napoli. Intuisco dosi di disapprovazione e non oserò proseguire sulla metafora biblica del Figliuol prodigo che ritorna a casa. Non torno a casa, ma busso umile e colmo di riconoscenza e speranza di salvezza.

Ci sono due parole che posso presentare in vece di possibili giustificazioni; vi parlerò dell'aggettivo "perfetto" e del concetto di "corruzione", poi aspetterò in silenzio la mia sorte.

Il Milan è una squadra perfetta ed è la mia anima ad essere corrotta. La teoria sui perfetti, o perfettini, è una vecchia accompagnatrice dei miei pensieri e spesso litighiamo per la mia riprovevole incoerenza. I perfetti danno origine agli imperfetti, ed è uno squilibrio globale. Se qualcuno vince sempre, c'è sempre qualcuno che perde di più. Posso parlare di sport e fare uno sterminato elenco che contiene tra i molti nomi i vari Federer, Schumacher, Valentino Rossi, Micheal Jordan e la squadra del Barcellona. Se vinci otto a zero sei una squadra eccezionale, ma hai contemporaneamente creato una squadra che ha perso zero ad otto, con la supeflua dose di umiliazioni che nessun uomo ricerca per sé in alcun caso.
Bene, il Milan di Berlusconi ha vinto una trentina di trofei in una trentina d'anni e come tale entra di diritto in questa categoria. Non ho problemi con il concetto di vittoria, piuttosto mi richiamo ad uno stomachevole concetto di avidità. Chi vince sempre è un farabutto perché uccide l'equilibrio in qualsiasi mondo. Lo sport perde i suoi eroi e acquista i suoi soldati mercenari per diventare uno spettacolo gladiatorio per i pochi padroni dell'arena, gli spettatori inebetiti e inebriati: dementi senza senno. Questo mi porta alla seconda parte del discorso, al cospetto dell'imperatore del basso impero.
Io, per ventitré anni, perseguitato da un unico quesito e dal tormento: "Ma tu come fai a tifare la squadra di Berlusconi?".
Ed io? "Berlusconi passerà...", e oggi che ancora non è passato, rimpiango per i venti anni sprecati di tifo e delusione, vittorie e atroci sconfitte. Ho donato questo a Berlusconi, e stasera non riesco davvero a sentirmi in modo diverso da una di quelle centinaia di puttane che ha trombato, stanno al suo codazzo, tengono alto il chilometrico mantello a coprire la polvere.


C'è però un posto diverso in cui anche Pietro o Gesù o il Diavolo devono avanzare con timore perché lo spettacolo è Sangue e arena, e le ballerine non possono danzarci, dove siedono tutti a banchettare pasteggiando con caviglie rotte e lacrime di dolore, ma anche di gioia. Sono settantamila anime abbracciate da quel vecchio San Paolo di cui s'erano perse le tracce in qualche circolo depressivo. Ho conosciuto Maradona il drogato, demone e dannato; poi ho conosciuto un Maradona taumaturgico che impazza la gioia agli uomini e me ne sono innamorato. Infine ho conosciuto gli undici di Manchester, una squadra di eroi, ed un allenatore desiderato. E poi c'è un presidente perennemente infuriato, più che la sua voce lo prova il suo silenzio: "A questo gli spacco le corna stasera. Domani lo vendo alla Cavese". Poi gli occhi si calmano e la barba rassicura; un babbo natale come tanti, burbero come altri.

La mia anima è sporca e pulita insieme. Io ci convivo benissimo.

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