Il cane è il miglior amico dell’uomo. Ma qualche anno fa però in Argentina, a Villa Gobernador Galvez, una città a pochi chilometri da Rosario Central, un bambino sarebbe scoppiato a piangere se qualcuno gli avesse detto così, che un cane non ti abbandona mai. Questo bambino aveva un cane. Si chiamava Pocholo. Scappava continuamente. Pocholo scappava per non tornare mai più. Era un cane atipico, non era grato a nessuno, voleva solo la libertà, e allora correva più forte che poteva, cercando di non stancarsi mai, di depistare in qualunque modo Ezequiel, il suo piccolo padrone.
Ezequiel all’epoca aveva solo Pocholo. Perché il padre era andato via di casa e suo fratello Diego doveva pensare a fare sia il capofamiglia che il marito di suo madre, non poteva certo stare dietro anche a lui, e fargli da padre e fratello. Ezequiel non glielo chiedeva, lo sapeva e quindi basta, non gli è mai piaciuto mostrarsi debole. Lui piangeva solo quando Pocholo scappava via. L’unico amico che aveva, un cane, e lui non vedeva l’ora di abbandonarlo.
Così ogni notte, quando per le avenidas della città risuonava quella voce stridula e potente: “Pocholoooooooo. Pocholoooooo, vuelve aquì. Pocholooooo. Pochoooooooo”, tutti i vicini capivano al volo: il piccolo Ezequiel aveva di nuovo perso il cane. E quando il primo vicino usciva di casa per aiutarlo trovava sempre la solita scena, Ezequiel che piangeva e che non sapeva che fare. Da solo non poteva cercare il suo cane, poteva solo chiamarlo, perché gli era proibito andare al di là del suo quartiere, del suo barrio. La mamma glielo aveva proibito, solo in compagnia di un adulto, un vicino qualsiasi, poteva allontanarsi dall’avenida central del quartiere. Alla fine, grazie ai vicini, Pocholo veniva sempre riacchiappato. E quando il bambino lo trovava non lo sgridava mai. Mai che gli avesse urlato o lo avesse rimproverato, era sempre una festa, come se il cane si fosse perso per davvero e non avesse voluto fuggire di sua spontanea volontà. “Perché non lo sgridi?”, gli domandavano. “I cani si educano, se lo sgridi o lo picchi non lo farà più”. Ezequiel allora ringraziava e diceva che non ce n’era bisogno. Il cane aveva già capito da solo, non c’era bisogno di parole, sosteneva il bambino.
Poi col passare dei mesi il piccolo Ezequiel elaborò una teoria: correre più del cane. Ogni volta che Pocholo avesse provato a fuggire lui avrebbe corso più di lui per afferrarlo sulla corsa.
Allora si allenava. Giocava a calcio solo per correre. Si metteva sulle fasce e chiedeva palloni in profondità. Li voleva potenti, veloci; e mentre correva immaginava che al posto della palla ci fosse Pocholo. E ogni pallone diventava suo. I vicini sentivano sempre più raramente la voce stridula di Ezequiel, il “Pocholooooooo” risuonare nella notte. Anzi sembravano più felici insieme, il cane e il bambino. Quasi li confondevano quando correvano insieme, erano due fulmini identici nel buio. Ezequiel infatti fu presto chiamato da tutti “Pocho”.
E' una sera d'estate, quando si sente di nuovo: “Pocholoooooo, vuelve aquìììììì. Pocho, por favor, vuelveeee. Pochoooo”. Ma ovviamente non torna nessun cane. E neanche nessun vicino esce di casa, questa sera a nessuno va di cercare Pocholo, anche i vicini più magnanimi si sono stancati. Allora Ezequiel decide di incamminarsi con coraggio dove non gli è consentito andare. Arriva quasi al limite della città, in altri sconosciuti barrios, gridando forte il nome del cane.Ne vede tanti cani, tante facce, tanti odori e tanti bambini correre, ma non vede Pocholo. E poi il suo cane non potrebbe sentirlo: tante persone urlano e gridano nomi, e sono per lo più pazzi, ubriachi, o semplicemente felici. Ezequiel si siede sul marciapiede di questo barrio non suo. E pensa di essere l’unico bambino al mondo che neanche un cane riesce a voler bene; abbandonato e solo in un quartiere lontano e sconosciuto, si mette le dita sulle ciglia e si sente le sue unghie mordicchiate invase dalle lacrime. Entrano nella carne viva e fanno male, bruciano.
Ezequiel rimane seduto sul marciapiede per più di mezz’ora; gli tremano le gambe perché a lui quando piange tanto capita questo, che gli si bloccano le gambe come se fossero ghiacciate, e trema. Si immagina già sua madre e Diego che lo stanno cercando, e gridano per le avenidas il suo nome, pensano già di averlo perso, forse andranno alla polizia. Più pensa queste cose e più trema. Gli prende la paura poi quando vede altri ragazzini andargli vicino e sfotterlo, uno vuole anche picchiarlo, senza motivo, solo perché Ezequiel in quel barrio non ha una faccia conosciuta. I ragazzini si allontanano ridendo e offendendolo. Solo dopo un po’ lui si alza e se ne va senza meta, perché s’è scordato come tornare a casa, si è perso, non ricorda quale asfalto ha calpestato correndo dietro a Pocholo, quali strade. Potrebbe andare da qualcuno e chiedere aiuto, potrebbe farsi notare, ma Ezequiel non ha fiducia negli altri. Se neanche un cane gli vuole bene perché qualcuno dovrebbe aiutarlo? E poi è orgoglioso: in un modo, da solo, farà.
Si incammina per quartieri mai visti prima, è convinto che arriverà a casa con l’istinto, fiutando chissà quali odori, magari sentendo le voci che lo chiamano – “Pochoooooo”, “Pochooooooo” – e se non ci sono voci, pensa, pazienza: tanto senza Pocholo neanche ha tanto senso tornare a casa. Incontra altri ragazzi ancora. Gli fanno sgambetti e lui non reagisce. Lo offendono, solo perché è sconosciuto, e lui non reagisce. Gli sputano dietro la nuca e se ne vanno via ridendo. Ezequiel però non può niente, si tiene tutto e cammina a testa bassa. Si sente una gran rabbia dentro, che sale dalla pancia fino alla gola, vorrebbe ammazzarli di botte, ammazzare di botte il mondo, ma è solo, e quando uno è solo le cose se le deve tenere dentro.
Poi all’improvviso sente un rumore di pozzanghera. Di zampe che corrono in una pozzanghera e poi si fermano nella polvere della strada. Sente le unghie frenarsi nella polvere. Sente abbaiare. Sente quell’abbaiare lì. Ezequiel alza la testa, un sorriso enorme in faccia. Corre incontro a Pocholo per abbracciarlo e tornare a ridere insieme, ma il cane inizia a correre. Corre come non mai. Ezequiel allora gli va dietro. Corre anche lui molto forte, ma stavolta il cane è irraggiungibile, una scheggia, un lampo.
Correi tra i barrios come se fosse un’automobile sempre in quinta; Ezequiel gli è dietro, impossibile superare il cane, ma è lì e non lo perde di vista, nei muscoli delle gambe la voglia di non mollare, in quelli delle braccia la voglia di stringere forte il suo cane, e non perderlo mai più. Dopo quasi quindici minuti di corsa, il cane arriva nel barrio di Ezequiel, scheggia tra le case, i vicini, e tutti gridano che è tornato, che sono tornati, “Pocholo” e “Pocho”, di avvertire Diego y la senora, che “el Pocho” è tornato, non s’è perso, sono tornati. Ezequiel però non saluta, neanche le sente le voci. Si rende conto di essere tornato a casa, sì, e di non essersi perso, ma nelle mani ancora non tiene il suo cane, quindi non è ancora felice.
Arrivato davanti casa del bambino, il cane si ferma. Qualche metro dietro di lui si ferma anche Ezequiel. Il bambino si accascia sulle sue ginocchia, respira lento, affannato; il cane anche ha la lingua di fuori e gli occhi stanchi, sta prendendo fiato. Ma il suo riprendere fiato è diverso da quello del bambino. Perché il bambino dopo aver rimesso a posto i polmoni si fermerà.
Il cane invece no.
Ezequiel rimane piegato a fissarlo. Digrigna i denti e tende le vene del collo, come fa quando ha corso tanto. E quando sa di aver corso inutilmente. Ha gli occhi umidi e può essere il sudore, come possono essere minuscole gocce di lacrime. I due si guardano a lungo, e mentre l’aria rientra nei loro polmoni, l’ultima cosa che condivideranno, la cosa più preziosa, il cane sembra dirgli: “Puoi sbagliare strada, sbagliarti, puoi sbagliare tutte le volte che vuoi, ma chi mai vuole vederti perso, mai smetterà di amarti”.
Il cane poi scappa via, gira le spalle in un attimo e fugge verso la sua vita.
Ezequiel si alza dalle ginocchia. Smette di digrignare i denti e ha una gran voglia, improvvisa, di regalare felicità a chi mai vorrà vederlo perso, in barrios non suoi.
Pubblicato da
Nuto
alle
18:36
- - - - - - ->>
Condividi