Il piccolo Principe finì per caso sul nostro pianeta. Il suo aereo doveva prenderlo un’altra persona. Una che parlava la sua stessa lingua, del suo stesso pianeta e del suo stesso ruolo in campo, più o meno. Solo che il giorno della partenza, l’altra persona atterrò col suo aereo nel posto sbagliato, si confuse, scambiò i carrugi di Genova con i vicoli di Napoli, il Miramare con l’hotel Vesuvio, non seppe cogliere la differenza tra i due mari.Perciò a Napoli aspettavano un aereo, e il piccolo principe ne approfittò.
Lui però era di un altro pianeta. Non parlava la nostra lingua, si muoveva in campo in maniera diversa, l’unica cosa che gli riusciva era osservare, ma non bastava; ogni tanto giocava, ma quel posto in fin dei conti non doveva essere il suo, perciò si dice che a Gennaio qualcuno ha visto il piccolo Principe all’aeroporto di Capodichino. Cercava un aereo qualsiasi, qualsiasi pista lasciata libera da qualche sbadato che non sa riconoscere i mari. Attaccante, centrocampista o ala destra.
Un giorno di febbraio però il piccolo Principe incontrò un signore anziano e con i baffi, vestito in frak e coi capelli ben pettinati. Fumava una pipa e camminava lento appoggiato al suo bastone di legno antico. Questo signore era un signore distinto ed evidentemente ricco, come dimostrava l’orologio d’oro che fuoriusciva dal taschino. Era un vecchio benestante come tanti, se non fosse per una enorme rete bianca e azzurra che lo avvolgeva tutto, che il ricco signore indossava come una specie di lunga mantella. “Salve”, si presentò il vecchio al piccolo Principe. “Sono il signor Gol”, gli strinse così la mano. Al piccolo Principe salì improvvisamente una forte gioia nel cuore. Senza sapere perché, come se al posto delle parole il vecchio avesse la punta di una bacchetta magica. Non sapeva come dimostrare la sua gioia. Saltare, ballare, buttarsi a terra, fremeva nel petto e aveva voglia di abbracciare chiunque. Il piccolo Principe riuscì solo a balbettare: “Sa, sa-lve”. Poi prese fiato e disse: “Finalmente”. Il vecchio tirò fuori una risata fragorosa e abbracciò il Principito. Gli disse che non se l’aspettava, vero? “Ma prima o poi io arrivo per tutti”, disse il gol. Poi girò le spalle lento e soddisfatto. Ma il piccolo Principe smise per un attimo di essere contento. “No, no, dove vai?”. “Via”, fece il vecchio. “Ma torni?”, chiese il piccolo Principe. Il vecchio si fermò, lo guardò dritto e negli occhi e disse: “Torno, ma solo se mi addomestichi”. Il piccolo Principe parve spaesato, come la prima volta che mise piede al san Paolo. “Che vuol dire: “mi addomestichi?”.
“Vuol dire creare dei legami”.
“Legami?”.
Il vecchio allora tornò verso Josè Ernesto e gli mise una mano sulla spalla, mentre tutto lo stadio si zittì, aspettando una doppietta: “Stammi bene a sentire. Tu adesso non sei per me che un calciatore come tanti, e io per te un vecchio come tanti. Ma se tu mi addomestichi noi avremmo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unico al mondo. E sempre, in ogni parte del mondo, io e te ci cercheremo, trovandoci o no, ma ci cercheremo, sempre”.
“Ah, comincio a capire”. Il Principito si fermò un attimo a riflettere, aiutato dal silenzio dello stadio, e disse:
“Questa squadra… allora… mi ha addomesticato”.
Il vecchio sorrise e con la tranquillità di chi è riuscito nel suo intento, si sedette pesante come un ciuccio sull’erba del San Paolo:
“Ecco. Adesso tocca a te”.
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