giovedì 3 febbraio 2011

Eduardo

Mirandela si trova in Portogallo, nel nordest, in una zona senza mare né vegetazione. Una specie di deserto, troppo lontano da Lisbona, lontanissimo da Oporto.

Siamo nei primi anni ’90 e un ragazzino molto povero si mette in testa che nella vita vuole fare il portiere. E’ molto forte, anche se ha solo dieci anni quelli più grandi se lo litigano perché dà sicurezza. Para tutto, punizioni, tiri da fuori e da vicino; nelle uscite è imbattibile, para anche con la faccia. I rigori poi… solo quelli perfetti non riesce a prendere; tranne quando sono lenti, quando è così, para anche la perfezione.
Solo che a fine giornata ha le mani tutte rosse che fanno male, non riesce ad afferrare neanche un bicchiere d’acqua.
Questo perché è molto povero e i genitori non possono permettersi un paio di guanti. Fortuna che Mirandela è un deserto, e non servono i guanti di lana.
Una sera però suo padre torna a casa sorridente, distrutto dal lavoro ma sorridente. Gli versa un bicchiere d’acqua e gli dice: preparati, domani andiamo a comprare i guanti. Suo padre è un uomo buono perché spera, sa perfettamente che suo figlio un giorno sarà il portiere dello Sporting o del Benfica, magari del Porto. Lo spera, quindi lo sa.
Così il giorno dopo lui e suo padre vanno a comprare i guanti, vanno con la macchina che è vecchia e fa rumore, ma poco importa. La giornata è bella, e sono gli unici a camminare nel deserto.
Se non stesse andando a comprare i guanti, sarebbe la giornata ideale per una bella partita. Perfetta, come tutto questa perfezione che Dio gli sta regalando.
Ma in realtà non sono soli. C’è anche un camion e il suo conducente, che credendo di essere anche lui solo, ha smesso per un attimo di guardare la strada.
Poi ha travolto lui e suo padre, e ha distrutto la macchina. Dopo lo scontro, un attimo dopo, c’era tanto silenzio, puzza di benzina e sangue sulle mani del piccolo portiere. Il sangue era di suo padre, morto sul colpo, lui invece vivo per miracolo, come un rigore angolato e potente, perfetto. Ma parato.
Qualche anno dopo il piccolo portiere indossa guanti professionali e gioca nelle giovanili dello Sporting Braga. E ancora anni dopo, nel 2010, diventa il portiere del Portogallo durante i mondiali in Sud Africa.
Fa un grandissimo mondiale, grandissime parate, lo vogliono tutti ma lui sceglie l’Italia, il Genoa, sceglie l’ombra, perché sa che quando va tutto bene, quando pensi che tutto è perfetto, poi tutto crolla. Quindi è meglio ripararsi.
E infatti ormai non c’è domenica che Eduardo dos Reis Carvalho non faccia una “papera”, un errore; è ormai un avversario aggiunto.
Il Genoa vorrebbe venderlo a Gennaio, ma nessuno lo desidera più. Eduardo è secondo me un gran portiere, ma non si rende conto che è ancora vivo, e che non si è vivi solo quando va tutto bene.

Ieri il Napoli ha perso come normalmente si perde, meritando la sconfitta e non facendo nulla per evitarla. Se ieri il Napoli fosse stata una squadra di undici portieri, si potrebbe dire che ha perso a causa di undici “papere”. Ma siamo sopravvissuti, se stiamo ancora lì, tra i sette infiniti metri del nostro secondo posto, non vuol dire che le cose continuano ad andare bene e dobbiamo aspettarci il crollo.
Vuol dire che le cose continuano e basta.
Perciò adesso niente ombra, indossiamo i guanti che ci siamo sudati e affrontiamo il prossimo camion nel deserto.

Tanto i nostri undici portieri lo sanno bene, mai saranno soli.

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