mercoledì 16 febbraio 2011

Barcellona

Barcellona. I quartieri popolari delle grandi città si somigliano un po’ tutti: un po’ di tutti i popoli, soprattutto i più sfortunati, colori e lingue diverse, tantissimi cinesi, sempre.
Al Poble Sec ci arriviamo dopo una lunga giornata, con i colori e il panorama del Parc Güell ancora negli occhi. E qui i colori, si capisce subito, sono tutti diversi. Negozietti e carrozzine, marciapiedi sporchi e
falafel all’angolo della strada. Mi avevano detto di andarci perché è un quartiere pieno di artisti: quel giorno, forse, erano in sciopero.
A Barcellona ho visto due partite di calcio, tutte e due bellissime.
La prima l’ho vista in televisione: c’erano undici ragazzi con la maglia azzurra che a testa alta hanno imposto il loro bel gioco, preciso e fantasioso insieme, sulle sagome inermi di altrettante statuine vestite di giallo e di rosso.
La seconda, invece, l’ho vista dal vivo. Ma non al Camp Nou (il Barcellona giocava fuori casa). La seconda l’ho vista proprio al Poble Sec. Una piazzetta piccola e rotonda, in pendenza e con le panchine ai lati. Due alberi, da un lato, a fare da porta. Dall’altra parte, disegnando un campo invisibile a forma di L, le sbarre di ferro dell’ingresso della metropolitana: la porta avversaria. In mezzo dieci bambini, tra gli otto e gli undici anni. Giocano a pallone, e giocano bene. I più bravi si esibiscono in finte di corpo con la facilità dei professionisti, toccano il pallone con la suola, lo nascondono e lo fanno riapparire poco più in là. Tirano di collo, di piatto, e d’esterno. A giro e rasoterra. Il tutto in uno spazio lungo sì e no dieci metri. E a forma di elle.
La prima partita, quella in tv, l’ho vista in compagnia di tanti napoletani che vivono a Barcellona, al bar Nero a metà, vicinissimo alla Sagrada Familia. Fuori, uno degli spettacoli più incredibili dell’architettura del ‘900. Dentro, cori e tensione, recriminazioni a ogni tocco sbagliato, sciarpe azzurre e colorite invettive in direzione dell’arbitro.
Al Poble Sec ci fermiamo un po’ di tempo a guardare i bambini. Piano piano ci appassioniamo, cominciamo a tifare per una delle due squadre. Ci gioca un bambino che quando tocca la palla sembra un piccolo Messi: è il nostro idolo. Ma tutti i bambini, entrambe le squadre, si passano la palla, creano delle geometrie: giocano come il Barcellona, la loro squadra. Non sembrano bambini.
In tv, nel bar vicino alla Sagrada Familia, gli uomini adulti in maglia azzurra giocano con la voglia dei bambini: c’è il campioncino che sogna di essere il più grande. Appena tocca la palla si capisce che è argentino, ma fa un gesto da bambino che non ha niente a che vedere con la fantasia. Pure lui crescerà.
Il resto è tutto immaginazione, e geometria. I bambini del Poble Sec giocano imitando i gesti dei loro campioni, e le geometrie perfette della loro squadra che vince sempre.
Gli undici ragazzi azzurri, in tv, hanno imparato piano piano, con un grande maestro, quegli stessi automatismi e quelle stesse geometrie, e tutte vanno a finire sui piedi di un campione che la mette sempre dentro.
Quando ce ne andiamo dal Poble Sec il bambino più bravo fa un passaggio bellissimo. Lo applaudiamo: lui si gira e ci manda dei baci, come un giocatore grande alla sua curva. Noi, invece, abbiamo capito che questa, anche questa, è una città di calcio.
Gli azzurri alla tv hanno vinto pure loro, una partita epica. Mandano i baci alla tv, e tutti dentro il bar ricambiano con gioia, cantano o’ surdato ‘nnamurato. Qualcuno inizia pure un coro con dentro la parola tricolore, che è meglio non dire.
Quando usciamo fuori dal bar è buio e Barcellona sta cominciando a vivere la notte. Sono felice e ho in mente una grande partita, dei piccoli calciatori di talento in una piazzetta rotonda, e due parole: fantasia e geometria. Mentre le penso, alzo gli occhi e le vedo. È la Sagrada Familia, che mi dà ragione.

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