Messico 1986. Disgraziatamente io non c'ero, ma stavo per arrivare.
Il 22 giugno c’è Argentina-Inghilterra: la guerra delle Falkland è finita da un po’; è stata, da parte dell’Argentina, una guerra stupida, una sconfitta sicura e tragica, voluta da una miope dittatura militare in crisi per rilanciare sé stessa sotto la spinta del sentimento nazionale. Fu la fine di quella dittatura. Il sentimento nazionale – invece – avrebbe trovato, quattro anni dopo, una valvola di sfogo (l’unica ammissibile) ben più sensata, artistica, umana. Lo sport. Il calcio.
Argentina-Inghilterra è un quarto di finale di un mondiale rimasto nella storia per tanti motivi, ma soprattutto per questo. L’Argentina lo vincerà, questo mondiale, e sarà una rivincita per tutti. Emir Kusturica, nel suo documentario su Maradona, ha ripreso ossessivamente questo momento della vita del Pibe de Or, ne ha fatto l’emblema della carriera di Diego, il trait d’union delle sue due ragioni di vita. Il calcio e il riscatto sociale e politico dell’Argentina. Una mini-sequenza animata di pochi secondi (c’è Maradona che gioca contro regnanti e primi ministri inglesi e americani) è lì a ricordarci quello che può significare, per tante persone insieme, una partita di calcio.
Qualcosa del genere, io penso, sarà la sfida di domani, Milan-Napoli. Sfida-scudetto, dicono tutti. A me importa poco, o meglio mi importa meno di tutto il resto. Non è questa la posta in gioco.
Disse Maradona a proposito della famigerata ‘mano di dio’, che assicurò la vittoria alla sua squadra: "Chi ruba a un ladrone ha cent'anni di perdono”.
Questo non è un blog politico (ma 'qual è oggi la reale differenza - si chiede giustamente Oliviero Beha - tra un tifoso di calcio e un tifoso di un partito o di un'area politica?') e forse il paragone è un po’ inopportuno. Giocatori e tifosi del Milan non hanno colpe. Qualcuno dirà che forse ne hanno, perché in certo modo essere pagati o appoggiare una simile presidenza vuol dire essere complici. Ma questa è una questione di coscienza, non di giustizia. Allo stesso modo, i giocatori del Napoli giocheranno, com’è naturale, per vincere e per conquistarsi un posto sempre più in alto in classifica. Molti di loro non sono italiani, e in ogni caso è giusto e normale che tutti giochino per il Napoli e non per l’Italia per bene.
Molti guarderanno la partita per il Napoli, alcuni spereranno in una vittoria difficile (in trasferta e senza la fantasia del Pocho in campo), per rimanere lassù.
Io non potrò fare a meno di guardarla come una sfida non contro la prima in classifica, ma contro chi negli ultimi vent’anni e forse più ha occupato la mia terra e usurpato il mio futuro.
Forse i giocatori del Napoli non avranno le motivazioni per viverla così. Eppure il calcio italiano di questi tempi è sempre più lo specchio della società italiana, dove come ha scritto Gianni Mura, ci sono 'ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri’. Per questo, io penso, anche loro, anche gli azzurri, possono e forse devono giocare questa partita come una sfida (almeno) tra il calcio per bene e quello per male. Tra il calcio che arriva, orgogliosamente, al secondo posto con le sole proprie forze, con il bel gioco e la forza di volontà, e il calcio che rimane lì in vetta, intoccabile come in Italia tutti gli intoccabili, per provvidenza divina o, più prosaicamente, arbitrale.
Per questo motivo, e per tanti altri, io spero che domani il Napoli vinca. E spero che lo faccia giocando una partita corretta e a viso aperto. E penso pure, però, che se per riuscire nell’impresa ci sarà bisogno che qualcuno la metta dentro con un pugno, quando l’arbitro non vede, saremo tutti ugualmente giustificati. ‘Chi ruba a un ladrone, ha cent’anni di perdono’.
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